
30elode…per il Team di Affari&Sport – MATTIA CELLA, EMOZIONI E RISULTATI TRA LA PISTA D’ATLETICA E L’OSTEOPATIA
Mattia Cella, classe 1992, ha iniziato a respirare atletica ancor prima che venisse al mondo. Roberto, il papà, capitano in pectore del team ambassador Affari&Sport ha mangiato pane e corsa da quando aveva 13 anni; Katia, la mamma, era una sprinter dei 100 metri ostacoli e quindi non ha poi una storia così diversa dal gentil consorte.
Quello di Mattia, oggi portacolori della Pro Sesto Atletica, con le scarpette, più o meno chiodate, però, non è stato proprio amore a prima vista anche se in questo inizio di stagione atletica 2018 ha subito schiacciato forte sull’acceleratore: personal best sui 200 metri con 21”76 e 47”76 sui 400 metri, non lontano dal suo primato di 47”31.
«Da piccolo ho praticato tanti sport diversi, ma era evidente che l’atletica era quello in cui ero più portato. Non l’ho sempre amata. Molte volte gareggiavo perché sentivo che i miei genitori ci tenevano ed ero felice solo per i loro complimenti a fine gara. Ho ancora la nausea per le campestri del sabato pomeriggio e per le gare dei bimbi su strada. La pista invece mi ha affascinato fin da subito e mi divertivo a correre I 50 metri, a lanciare la pallina da tennis e a saltare nella sabbia».
Alla fine, cosa ti ha convinto dell’atletica?
«L’atletica è uno sport crudele ma anche vero. Negli sport individuali non ci sono i compagni di squadra ad arginare una prestazione mediocre ma è anche vero che le vittorie e i successi non li devi spartire con nessuno. Anche le emozioni, nel bene e nel male, sono molto intense. Quando corri forte e nessuno riesce a starti affianco si entra in una dimensione elitaria della realtà. Quel momento è solo tuo, non lo devi condividere con nessuno, e ti senti libero. Solitamente quando questo accade dopo qualche metro sale la botta di acido lattico e ti ritrovi agonizzante a terra chiedendoti perché hai deciso di fare proprio questo sport».
Quali sono i risultati a cui sei più affezionato?
«Sicuramente la finale dei campionati italiani e le medaglie vinte ai nazionali con la staffetta 4×400. Partendo da sfavoriti siamo riusciti a imporci su squadre con atleti anche molto più forti di noi».
.. e quali sono gli obiettivi del 2018?
«Rimaniamo umili: voglio riuscire a non infortunarmi e a non andare in over training. Voglio tornare ad apprezzare ogni singolo momento di una gara e riuscire a raccogliere tutto quello che ho seminato questo inverno».
Chi è il tuo allenatore?
«È Antonio Cecconi, ha quasi 80 anni e allena da 60. Tutti i giorni è presente al campo, non fa mai festa, non va in vacanza e pare che sappia anche leggere nella mente. È stato responsabile tecnico della federazione nazionale, selezionatore nazionale, consigliere nazionale e i suoi atleti possono vantare decine di titoli italiani e anche qualche podio europeo. Fa parte della storia dell’atletica italiana ed è molto stimolante avere lui come punto di riferimento».
Quale il consiglio più prezioso che ti ha dato il tuo allenatore?
«C’è stato un periodo di crisi sportiva sette anni fa per la quale non avevo più voglia di allenarmi e gareggiare. Il mio allenatore è stato bravo a curare questo aspetto psicologico e pochi giorni prima dell’inizio delle gare estive mi ha detto: “Non cercare i tempi. I tempi sono disumani. Inseguendoli otterrai solo ansia e frustrazione. Corri perché è bello e divertente. Quindi smettila di pensare e inizia a divertirti, mezzasega!” Con queste poche parole mi ha dato un po’ più di serenità e mi ha portato a focalizzarmi sulle cose davvero importanti per far accrescere le mie motivazioni intrinseche».
Anche tuo padre ti ha dato dei consigli? … Soprattutto li hai seguiti?
«Mio padre e la mia famiglia mi aiutano molto a pianificare il calendario gare in base anche ai miei impegni extra-sportivi. Spesso mi danno dei feedback dopo avere visto una mia gara in modo da riuscire ad evitare in futuro eventuali errori. L’unico consiglio di mio padre che non ho seguito è quello di passare agli 800!».
Quanto ti alleni a settimana?
«Durante il periodo di carico invernale, che va da fine ottobre a inizio aprile, mi alleno nove volte a settimana, doppiando il giovedì e la domenica. Nel resto dell’anno sette volte che diminuiscono nella settimana della gara».
Di professione dai l’osteopata. Non pensi ci sia ancora molta confusione tra le figure dell’osteopata e del fisioterapista? Quando un atleta viene o dovrebbe venire da te?
«La confusione regna sovrana, anche perché in Italia la figura di osteopata è stata riconosciuta come sanitaria solo da pochi mesi. L’approccio osteopatico non si limita alla risoluzione di un sintomo ma usa la terapia manuale per ricercarne e trattare la causa. Molti degli infortuni in ambito atletico sono dovuti a problemi di fisiologia articolare o di postura. Spesso per risolvere il problema non basta trattare il muscolo dolente ma risolverne la causa ricercandola a livello della componente viscerale o fasciale, anche in zone anatomicamente distanti tra loro. Osteopatia e fisioterapia sono complementari e il paziente potrebbe giovare molto della collaborazione tra queste due figure professionali. Purtroppo ci sono “osteopati” (e “fisioterapisti”) che si sono formati con un percorso di studi ridicolo e superficiale. I loro errori professionali si ripercuotono sull’immagine di tutta la categoria».
Deduco che, anche come osteopata, tu sia conosciuto soprattutto nel mondo della corsa…Ci sono anche atleti di altre discipline che si rivolgono a te?
«L’osteopatia è universale. Tratto i neonati così come i pazienti in età geriatrica. Seguo anche sportivi di tutte le specialità ma non solo dell’atletica».
Il fatto di praticare un’attività sportiva a livello agonistico ti aiuta a “capire” meglio il paziente?
«Certamente. Il 90% delle problematiche con cui si presentano i pazienti le ho provate sulla mia pelle. So come comportarmi e che consigli dare per riprendere l’attività nel minore tempo possibile».
Dimmi la verità: tu atleta seguiresti tutti i consigli che dai ai tuoi pazienti?
«Io come atleta lo farei, anche perché i miei consigli sono frutto di 88 esami universitari, una laurea inglese, un master, vari corsi di aggiornamento e interminabili ore passate a leggere le nuove pubblicazioni scientifiche. Il mio lavoro lo faccio bene, se poi i miei pazienti non si fidano sono liberi di scegliere. Tutti hanno il diritto di fare di testa propria e continuare a stare male».